Fenomenologia delle Fake News (e una guida pratica)

Una delle ‘bestie’ più fastidiose per chi fa comunicazione oggi, è certamente quella delle Fake News. Sono ovunque, e abbiamo tutto il giorno sotto i nostri occhi gli effetti della loro forza dirompente. E il futuro? Non sembra promettere nulla di buono…

Ho deciso allora di approfondire proprio questo argomento, complice un recente webinar che ho avuto il piacere di tenere per la divisione medica di un’azienda farmaceutica (a proposito di Pharma, magari può interessarti una prima riflessione su questi anni così decisivi per la rivoluzione digitale della industry).

Fake News: che cosa significa?

Prima di entrare nel vivo dell’argomento, mi fermo proprio sul significato di ‘Fake News’. Che cosa significa? Siamo tutti portati a pensare alle Fake News come a notizie e contenuti falsi, mentre in realtà si tratta di notizie e contenuti non veri.

Una piccola differenza formale, una profonda differenza sostanziale: in effetti, senza scomodare complottismi e algoritmi, da questa prospettiva molti di noi generano continuamente Fake News. Tutti i giorni, più volte al giorno. Pensa solo alle immagini Instagram, un social network che ha visto proprio nel filtro la killer feature che ne ha accelerato il successo. Ora non ci fa più pensare, ma il filtro modifica l’immagine, trasformando (metaforicamente) il soggetto rappresentato da piccione a falco. Se vediamo il fenomeno da questa prospettiva, capiamo uno dei motivi della presa così rapida delle Fake News:

Della realtà, spesso, non importa più a nessuno.

La realtà è banale, brutta, faticosa: non basta dunque a porre freno alle narrazioni false.

Vanni Codeluppi, Docente all’Università IULM di Milano, è stato uno dei primi in Italia a interessarsi dei cambiamenti sociali che le piattaforme digitali hanno rapidamente introdotto: consiglio due saggi su tutti, ancora oggi di grande attualità: La Vetrinizzazione Sociale (2007) e Tutti Divi. Vivere in Vetrina (2009).

I media producono effetti sulle persone e sulle società, anche molto potenti. Tra quelli più significativi, c’è il tramonto della realtà. I media contemporanei devono infatti gran parte del loro successo alla capacità di confezionare un mondo più piacevole e convincente di quello vero. Un mondo privo di difetti e problemi.

Tutti pazzi per il Fake, dunque.

Qual è stata la prima Fake News?

La domanda è certamente incorretta: di Fake News è pieno il mondo, da sempre. Se ti interessa approfondire questa frase, ti consiglio di leggere il libro di Cass Sunstein Voci, Gossip e False Dicerie. Il momento che però in molti indicano come punto di inizio rispetto alla sensibilizzazione sull’esplosività delle Fake News, è stato il programma radio «The War of the Worlds».

Uno sceneggiato radiofonico trasmesso il 30 ottobre 1938 negli Stati Uniti dalla CBS e interpretato da Orson Welles, tratto dall’omonimo romanzo di fantascienza di Herbert George Wells. Molti radioascoltatori, malgrado gli avvisi trasmessi prima e dopo il programma, non si accorsero che si trattava di una finzione, credendo che stesse veramente avvenendo uno sbarco di extraterrestri ostili nel territorio americano. L’adattamento del romanzo, infatti, simulava un notiziario speciale che a tratti si inseriva sopra gli altri programmi del palinsesto radiofonico per fornire aggiornamenti sull’atterraggio di bellicose astronavi marziane nella località di Grovers Mill, nel New Jersey.

Il Fake, oggi

Se le Fake News esistono da sempre, perché se ne parla tanto proprio in questi anni? La risposta sta nel funzionamento dei social network. Riprendo l’incipit del mio nuovo saggio AI Brands:

New York, novembre 2019. In uno degli interventi più attesi e seguiti dell’Innovation Festival di Fast Company, il CEO globale di Microsoft Satya Nadella ha condiviso una verità sulle piattaforme abilitate dall’intelligenza artificiale. Secondo il top manager, esse hanno per definizione l’obiettivo di diventare esponenziali e di rivolgersi a qualsiasi persona potenzialmente raggiungibile, tutto nel più breve tempo possibile. Un programma ambizioso ma non privo di rischi: l’esponenzialità rende necessaria infatti la preventiva valutazione di qualsiasi effetto della piattaforma stessa su chi la utilizzerà, compresi eventuali effetti collaterali – che per definizione sono però imprevedibili e non decifrabili in anticipo.

Algoritmi, intelligenza artificiale e apprendimento automatico “intercettano” alcuni fenomeni psicologici.

  • Esposizione selettiva: tendenza a decidere cosa vogliamo sentirci dire e cosa vogliamo leggere.
  • Pregiudizio di conferma: tendenza ad accettare le sole informazioni che siano aderenti al sistema di credenze dell’individuo.
  • Polarizzazione: quando persone con le stesse attitudini mentali tendono a discutere tra loro, finiranno per avere una posizione ulteriormente più radicale.
  • Verifica: gli utenti polarizzati verso informazioni provenienti da fonti alternative sono più inclini a diffondere voci non verificate.

Un incontro esplosivo, attraverso cui il Fake prospera e accelera la sua attività virale. E così, accadono danni.

Robert Shiller, Docente alla Yale University e Premio Nobel per l’Economia 2013, ha scritto un bellissimo saggio su narrazioni e contro-narrazioni. Si chiama Economia e Narrazioni, e riporto un breve estratto legato a ciò su cui stiamo riflettendo:

Social media e motori di ricerca hanno il potenziale per cambiare gli aspetti fondamentali del contagio. Le idee in passato si diffondevano in modo casuale e non sistematico. Le piattaforme social consentono oggi invece alle persone che la pensano allo stesso modo di ritrovarsi e di rinforzare ulteriormente le loro insolite convinzioni.

Un dato su tutti? nel 2020, la Polizia Postale ha segnalato un incremento del 436% di denunce segnalate. Se pensiamo a COVID-19, il primo caso nella storia dell’umanità di collisione tra pandemia e infodemia, secondo le analisi di Panda Security già ad Aprile 2020 il 25% delle Fake News diffuse sui social media italiani era legato al coronavirus. E in generale, quasi il 6% delle notizie su COVID-19 sarebbe falso! Tra le più diffuse:

  • Il virus è stato rubato da spie cinesi in un laboratorio canadese.
  • Il nuovo coronavirus contiene sequenze di DNA simili all’HIV.
  • Il virus della COVID-19 è stato creato da un gruppo finanziato da Bill Gates.
  • Il virus si propaga attraverso il 5G.
  • COVID-19 si cura con dosi massicce di aglio.

Il Fake dunque è virale, come dimostra uno studio pubblicato nel 2018 su Science dove alcuni ricercatori hanno usato dati ricavati dai social media per confrontare il tasso di contagio delle storie vere e di quelle false. Hanno esaminato anche 126.000 contenuti diffusi da 3 milioni di persone, scoprendo che le Fake News su Twitter avevano un tasso di ri-condivisione (retweet) pari a 6 volte rispetto alle notizie vere.

A proposito, esiste una formula del virale? I libri sul tema si sprecano, personalmente rimango fedele lettore di Storie Virali dell’amico Joseph Sassoon. Più di tutti, ho trovato però divertente un articolo di Wired ormai un po’ datato (2015), che ha proposto questa formula del virale:

Tutto valido, se non fosse per il significato delle variabili: (C)aso, (P)artecipazione, (A)nimali, (R)eplicabilità, (E)go, (B)analità. 😂

Identikit di una Fake News

Un’attività interessante che mi sono trovato a fare per un cliente, è stata quella di scrivere una lista di elementi da analizzare per capire se ci troviamo o meno al cospetto di una Fake News. In casi come questi, mi diverto sempre molto a considerare un contenuto palesemente Fake mai rimosso su Corriere.it, relativo alla presunta notizia di Ryanair sulla progettazione di posti in piedi per i passeggeri degli aerei.

Un ottimo modo per provare a tracciare una checklist del Fake è dunque proprio partire da un contenuto così. Che cosa ci porta a dire con certezza che l’articolo contiene una Fake News?

  • Authorship: non sto parlando naturalmente del Corriere.it, che non ha bisogno di “certificazioni di qualità” da parte mia. Piuttosto, del fatto che il contenuto non ha un/a giornalista in firma.
  • Thought Leadership: “lo ha detto lui / lei, dunque mi fido”. Uno dei primi pensieri che facciamo utile per abbassare la nostra soglia di diffidenza, è proprio questo. La citazione del CEO Michael O’Leary immagino avesse proprio questo obiettivo.
  • Immagini: passiamo ora al lato visivo del pezzo. Una grafica di bassa qualità e priva di dettagli, che chiunque di noi avrebbe potuto pensare e produrre.
  • Fonti: ce ne sono alcune menzionate, non ce n’è nessuna linkata. Oltre alla volontà di tenere gli utenti in pagina, ci sono altri motivi per questa grave mancanza? Probabilmente, sì…
  • Tempi: se il presente è indicatore di certezza, il condizionale lascia sempre un’ombra di dubbio. E nel pezzo, i condizionali non mancano.

Per tutto il resto, c’è una checklist semplice ma ben fatta da IFLA (The International Federation of Library Associations and Institutions), che spiega con pochi passi come riconoscere o almeno “annusare” una presunta Fake News.

Come vivere (bene) in un mare di Fake?

Tra tutti i libri pubblicati sul Fake, quello di Andrea Fontana Ballando con l’Apocalisse mi piace particolarmente. Una lettura semplice e complessa allo stesso tempo, che in poche ore di immersione lascia tanto. A partire dal titolo, che poi è l’obiettivo dell’Autore: scrivere un saggio non tanto su come sconfiggere il Fake, ma piuttosto rispetto a come (con)viverci al meglio.

Le piattaforme digitali non torneranno certo indietro, e starà dunque a noi distinguere al meglio il buono e il cattivo della rete. Una sfida decisiva, che da poco tempo ha anche un nome e un cognome: Deep Fake.

La cosa impressionante? Che per fare un Deep Fake non serve praticamente niente. Semplificando al massimo:

  • Diversi video e audio di una persona
  • Software per deep fake
  • Un computer con una buona scheda grafica

🤯